lunedì 21 gennaio 2019

Anche io ne voglio una.

Tra circa quindici giorni mi aspetta un intervento chirurgico che rimando da tempo. Asportazione cisti ovarica destra, come nel lontano-neanche-troppo 2009. Ebbene sì, questa è la mia personalissima #10yearschallange. Potrei mettervi a confronto le due ecografie, ma sono abbastanza sicura che mi crederete sulla parola. A quanto pare mi opererà un affascinante ginecologo di 36 anni nato a Gioia Tauro, insieme ad un'equipe (dicono) cazzuta di una clinica convenzionata-ovviamente (perchè la poraccitudine non ha confini nemmeno sulla salute, of course). 

La pre-ospedalizzazione tutto okay. Mille domande, mille risposte. Anestesia generale, così mi faccio una bella dormita senza stare in ansia mentre i medici giocano a flipper con le mie ovaie. Torno a casa con un foglio contenente una lista di cose da "fare" prima dell'intervento, come una dieta solo the e brodo per tre giorni, alcuni capi di abbigliamento consigliati; tra questi ultimi c'è una camicia da notte, di quelle con i bottoni fino a giù che usano anche le partorienti. Ovviamente a casa parte una specie di spedizione punitiva per comprare questa benedetta camicia da notte, come nelle migliori tradizioni del sud Italia.

Mia nonna: "ti mando i soldi? Perchè non vieni a comprarla a Napoli?"
Io: "ma non ti preoccupare nonna, che senso ha farsi più di 100 km, le troverò anche qui le camicie da notte no?

Mia madre: "vogliamo dare un'occhiata al negozietto XYZ vicino casa?"
Io: "okay"

E niente, è stato l'errore più grande della mia vita, ovviamente. Non entrerò mai più in un negozio di questo paesino di merda del Sud Pontino. Poi ancora mi chiedono perchè voglio scappare da questo posto... 

Chiedo alla commessa (che a occhio e croce doveva essere la titolare) questa benedetta camicia da notte. Niente di niente. Mia madre mi ricorda che mi servono anche degli slip "comodi" (tipo quelli da ciclo), allora chiedo alla signora in questione se ne ha. La scena è la seguente: la tizia sgrana gli occhi, si ferma, comincia a fissarmi allucinata dalla testa ai piedi e poi mi fa "Aspetta un attimo! Mi hai chiesto una camicia clinica (ah così si chiama adesso), poi delle mutande comode... MA NON E' CHE SEI INCINTA?????!!!1!11!"

L'avrei ammazzata, giuro. Tanta ignoranza in una sola frase. L'unica cosa che sono riuscita a fare è stata fulminarla con uno dei miei sguardi assassini e dirle "no, non sono incinta" dirigendomi verso l'uscita con la tizia che balbettava frasi tipo "no, non volevo, scusami...". 

Dieci minuti dopo mi chiama mia nonna da Napoli che mi fa "ti ho mandato delle foto su whatsapp, dimmi quale camicia da notte ti piace di più che te la compro". Domani mi arriverà una camicia "clinica" rosa chiaro col pizzo. Direi che va benissimo così. Saluti da una #FashionLola.  

venerdì 11 gennaio 2019

what the Lola



E' passato un mese esatto dal "grande giorno", forse sto iniziando a realizzare soltanto adesso. Chi ancora c'è dentro non ci crede eppure mi manca tutto, cazzo. E mi manca dal momento in cui il Presidente di commissione ha pronunciato la fatidica frase "E con i poteri conferitimi (...) la dichiaro Dottoressa in (...)". L'applauso, la relatrice che mi sorrideva, le tesi sparite, il fotografo rompicoglions, la corona d'alloro con i peperoncini. Tutto così ordinario, tutto così perfetto, tutto così mio. 

Era il mio giorno e me lo sono goduto davvero. Sono stati i miei dieci minuti di gloria, con metà commissione a digerire un pranzo veloce per cominciare presto ma chissenefrega. Me la sono goduta e lì ho capito tante cose. Ho capito tante cose ma ormai è troppo tardi. Ho capito che mi sono trascinata questa laurea e che tante volte ho voluto mollare per eventi esterni che ancora mi schiacciano, eppure la voglia di "studiare" c'è e non se n'è mai andata, e lo dimostra quella tesi tanto sudata e sacrificata, e anche il libro della Montessori sul comodino. 

Forse un giorno mi immatricolerò ancora, chi lo sa. Oppure sarà soltanto un corso di formazione o un aggiornamento, ma ciò che sarà sempre vero è che non smetterò mai di studiare, di leggere, di riempirmi di cose belle. E adesso lo so veramente. No, non mi manca l'ennesimo esonero di Geografia post-Befana. Non mi mancano le bestemmie sul disegno tecnico e nemmeno i pianti su una redox da quattro crediti. Però mi mancheranno gli evidenziatori, le chiacchierate in mensa, il caffè alle macchinette, le lezioni in prima fila con la relatrice, le nostre mille chiacchierate sulla pedagogia, il suo sguardo da boss-dinosauro, le sue telefonate che risolvevano ogni problema burocratico accademico. Mi sento spaesata, a volte mi sveglio la mattina e mi fa ancora strano non avere un esame da preparare o un altro paragrafo della tesi da scrivere. Ancora visito il sito di Dipartimento e controllo la mail istituzionale che presto immagino sarà disattivata. E' tutto così, ancora in transizione, eppure quel grande burrone che mi aspettava adesso è lì, sotto i piedi, e io sto per saltare, finalmente.

Saluti da una Lola Dottoressa.

sabato 13 ottobre 2018

Come va, Lola? Bene e male, entrambi i sensi, entrambe le direzioni. Essere laureandi è uno stato interiore di perenne ansia, sempre in crisi con se stessi e con il fidanzato, povero essere indifeso.

Essere laureandi è cambiare la percezione del mondo che ti sta attorno. Guardi le locandine per strada pensando "uhm, carino quel font, potrei usarlo per tesi... ma com'è allineato male questo testo, che interlinea avranno usato?" e cose di questo tipo. Essere laureandi è pensare agli ultimi due paragrafi della tesi rimasti come un muro invalicabile con tanto di filo sterrato, quando invece si è ormai arrivati agli sgoccioli e bisognerebbe piuttosto tirare le somme e godersela, magari anche iniziando a rimpiangere questi anni di studio che, inevitabilmente, mi hanno dato tanto.

La cosa più assurda di tutte è che a un certo punto la mia mente è andata in tilt: e adesso cosa farò? Ho cominciato a fare il countdown delle volte in cui avrei messo piede in facoltà, delle volte che mi sarei ancora preparata lo zaino con i libri da restituire in biblioteca. Inevitabile, mi è salito il magone. Sono quasi trent'anni che studio, cazzo, e non intendo certo fermarmi adesso. Ho anche lavorato, è vero, eppure la mia vita ha sempre avuto quel punto fisso di riferimento: lo studio. Studiare per gli esami, studiare per le interrogazioni a scuola, studiare per le domandine della maestra. Alla fine ho fatto dello studio il mio attaccamento alla vita, e la tesi di laurea ne è stata una conferma, oltre che un grande regalo personale. Ho letto almeno dieci romanzi, venti saggi, più di quaranta articoli scientifici, testi di geo-letteratura, semiotica, pubblicazioni in inglese di Università americane sui giochi di logica e sul vittorianesimo. Ho cercato di capire cosa fosse la meccanica quantistica, il tempo cosmico, il paradosso della freccia, il teorema di Bayes. Una scoperta dopo l'altra, nonostante le difficoltà, nonostante le evidenti carenze in materia. 

Alla fine ho deciso di fare la maestra non tanto perchè mi piace insegnare, ma perchè mi piace andare a scuola, evidentemente. 

E' stato un viaggio fantastico, e non è ancora finito: tra copertine fantsmagoriche, impaginazioni bizzarre, libri che sembrano introvabili e poi trovati per intero su Google books, la storia (infinita) non è ancora terminata. 

E, come affermò Lewis Carroll quando gli dissero che il suo 72esimo problema del cuscino era forse troppo incoerente:
Se la soluzione vi sembra paradossale... beh, anche la vità lo è.

 

domenica 16 settembre 2018

Un matrimonio al sud (pontino)

Lo ammetto, non ho scritto per pigrizia. Il mondo del blogging mi piace però non riesco più a farlo entrare nella mia "routine", non sono mai stata un'aspirante influencer e mai lo sarò, non tutti ne hanno la stoffa no? Comunque c'erano delle chicce interessanti che, da almeno dieci giorni, avrei voluto condividere su questi lidi, però devo ammettere che stare ore al pc per scrivere la tesi non sta giovando alla mia vista, quindi quando posso evito di stare ancora incollata ad uno schermo. La salute amici, la salute.


In ogni caso la questione che ho da raccontarvi è alquanto divertente. Avete presente il classico "matrimonio al sud"? Giusto un paio di settimane fa c'è stato l'evento del secolo, qui in uno dei paesini di provincia del sud pontino. S'è sposata mia cugina, la "star" del paese. Ebbene, tutti ci aspettavano il classico matrimonio di grandi abbuffate, quello dove alla fine ti alzi e il vestito si è strappato mentre ti alzavi per andare ad ammirare le decorazioni fatte con vere fate luccicanti del bosco di Biancaneve. Beh, per certi versi è stato un matrimonio pacchiano, per certi versi no. Ovviamente ho ancora la crosta sul piede della vescica che mi ha procurato il tacco 12 mai messo in vita mia, ma questo è un altro discorso. Chiesa-tempio che affaccia sul mare con una scalinata di circa cento scalini che la sposa non si è fatta perchè si è stata trasportata con il macchinone passato per una strada secondaria che, ovviamente, noi invitati non conoscevamo. A fine cerimonia, lo sposo visibilmente scosso (hai capito in che casino ti sei cacciato sì?) ha inaugurato il suo futuro roseo aprendo una bottiglia di champagne con tanto di sciabola, e poi tutti felici e contenti verso il ristorante. La location? Ovviamente una villa antica, anch'essa con vista sul mare. Il ciborio? Qui mi casca l'asino. Senza fare spoiler, sono tornata a casa la sera che avevo ancora fame e mi sono attaccata ai confetti. C'è stato un buffet iniziale, l'antipasto, dove io non mi sono "abbuffata" perchè pensavo (stupida ragazza) a chissà quanta altra roba avremmo mangiato durante la giornata. Un tentativo, però, l'ho fatto, e mi sono beccata le ostriche più cattive che io abbia mai assaggiato, e così si è concluso il mio antipasto. Il resto del pranzo è stato strano, una portata (misera, tipo  degustazione di alta cucina) ogni 45-50 minuti, nessun bis, il pesce l'ho praticamente divorato (era molto buono, almeno quello), e la parte più divertente è stato un pipistrello che non voleva uscire dalla sala, con tutte le donnine impaurite che urlavano come se stessero alle giostre sulla nave dei pirati.

Il dolce? Servito all'esterno modalità buffet. Per carità, tutto buonissimo, però per avere un profiterole ho dovuto praticamente sgomitare tra le classiche ragazze modalità sempre-a-dieta che, con volti da bambole assassine, hanno azzannato tutto ciò che potevano dal buffet di dolci come se non avessero mai visto una fetta di tiramisù in vita loro. Dopodichè, per allietare gli animi, cabaret di canzoni napoletane dell'antico ottocento condite dal solito comico molto volgare, fuochi d'artificio, distribuzione delle bomboniere verso le 23 e tutti a casa. Zero fotografie agli invitati, solo un drone che girava per le sale che mi avrà beccato mentre mi scaccolavo, o peggio, mentre cercavo di aprire i gamberoni. 

Insomma, un matrimonio un po' classico e un po' moderno, sicuramente all'altezza dei gusti di mia cugina, che vuole sempre apparire e farsi parlare, un po' stile Diva. 

Alla fine, vive l'amour.

 
dal profilo ufficiale Instagram di Chiara Ferragni

domenica 26 agosto 2018

Una notte osservavo come al solito il cielo col mio telescopio. Notai che da una galassia lontana cento milioni d'anni-luce sporgeva un cartello. C'era scritto: TI HO VISTO. (cit.)

Ho visto le prime stelle cadenti della mia vita. Non le avevo mai viste, oppure non ci credevo davvero. Le notti di San Lorenzo non ho mai alzato davvero la testa al cielo stellato, desiderosa di vedere chissà quale scia che mi facesse venir voglia di esprimere qualcosa.


 Quest'anno invece è andata così. Con mezza tesi ancora da scrivere e gli esami finiti, una cena tra amici, tra le braccia dell'ingegnere, una gonna lunga mai indossata, un cosmopolitan sulla spiaggia e gli occhi alle stelle. Ne ho viste due, due in una notte stellata luminosa e piena... Due piccole, minuscole, leggerissime e candide scie. Cosa potevo mai chiedere? CFU come i miei amici aspiranti ingegneri? L'ispirazione per l'ultimo, rognoso, capitolo della tesi? Soldi? Pace e amore?

Non ho chiesto niente, le ho guardate e basta. Non so se, guardandole, non ho avuto il coraggio di chiedere qualcosa di terreno e oltraggioso ad una stella del firmamento, o se in realtà non avevo niente da desiderare. Chissà se tutto ciò che voglio lo sto per avere o se non ho nulla, e di conseguenza nessun desiderio che ne valga la pena.

Quello che so è che, in questi 28 anni, uno dei miei più grandi desideri era quello di vedere una stella cadente. Un inception dei desideri. E adesso lo posso dire, le ho viste. E non aspetterò altri 28 anni per desiderarne altre.

mercoledì 8 agosto 2018

Per quattro spicci

Non vi ho mai parlato qui dei miei lavori con l'università, forse soltanto del primo, l'associazione sportiva.

Si chiama "borsa di collaborazione". In pratica sono 150 ore di una sottocugina del servizio civile, pagate 7 euro l'ora. I soldi li vedi circa dopo due mesi che hai finito. Tutto nella norma italiana, diciamo. 

Ti inserisci in una lista, i vincitori sono quelli che hanno accumulato più CFU. La parte divertente? Ho appena vinto la quarta borsa di collaborazione di fila, pur essendo una fuori corso. Buono, quantomeno ci ho pagato le tasse, alla fine.  

Le prime due le ho vinte nell'associazione sportiva. Volantinaggio (dai, iscriviti nella nostra fantamerdosa squadra di calcio a 5!!!), organizzazione di tornei, segnapunti al ping pong, raccattapalle nei momenti più bui. Esatto, lì dove ho conosciuto l'Ingegnere, quando ancora c'era una specie di sala pesi sotto a un tendone. 
E' stato strano. Ci voleva una bella faccia tosta per stare lì dentro, ed io non sono famosa certo per questo. Ma alla fine ce l'ho fatta, e mi sono pure divertita. Ho conosciuto delle persone che mi sono rimaste nel cuore, quelle semplici senza troppi giri di parole, che dopo secoli ti prendi un caffè e ti fai una bella chiacchierata.

La terza volta, la chiamata dal centro linguistico d'ateneo. E chi se lo sarebbe mai aspettato? Cazzo, lì è stata tosta. Alla fine ho anche litigato con un paio di persone, ho fatto un po' l'antipatica, sono tornat a casa con un sacco di mal di testa. Però è stato bello, e mi ha fatto capire tante cose. Mi ha fatto capire come si vive in quegli ambienti dove i rapporti con i colleghi sono "tutto", ti fanno passare una bella giornata oppure te la rovinano del tutto. Mi ha fatto capire che, se in segreteria c'è una fila della madonna, non puoi certo prendertela con la borsista che ci lavora, piuttosto chiediti perchè sei stato così intelligente da venire ad elemosinare l'idoneità di inglese un mese prima della laurea. Mi ha fatto capire che, alla fine, io sono quella che si fa sempre il mazzo, che si fa avanti quando c'è un lavoro sporco da fare e dopo si fa anche problemi per "segnarsi" la mezz'ora in più sul foglio. Mi ha fatto capire quanto siamo tristi, noi universitari italiani, che non abbiamo voglia di aprire un cazzo di libro di inglese per imparare a dire THE PEN IS ON THE TABLE e che no, non sapete copiare mie care matricole, la maestrina Lola vi ha sgamato subito. 
Ci sono stati due aperitivi, qualche caffè ancora sospeso. Altre persone da ricordare, tra cui la coordinatrice, una vecchia nonnina sempre pronta ad offrire caffè e caramelle. 

E tra un po' mi aspetterà un'altra piccola esperienza, questa volta in una delle biblioteche dell'università. Esperienza sicuramente più "sedentaria", e forse meno vissuta delle altre. Inizierò ad ottobre, la laurea è prevista per dicembre. Senza rimorsi, senza troppe previsioni inutili, sempre sul pezzo. 

Besos gente

sabato 28 luglio 2018

Family First (citazione incolta)

Te lo giuro, Lola, avevo voglia di scrivere cose allegre. Della mia insolita passione per tutto ciò che può ingannare il tempo sul mio volto, o su come far uscire allo scoperto un pelo incarnito. Roba frivola, lo ammetto, ma siamo umani e ne abbiamo bisogno. Avevo voglia anche di scrivere di come sta andando la "rendicontazione" di un tirocinio che c'è stato soltanto per metà e di come mi senta triste se penso che nel profondo potrei vacillare, il mio sogno voleva vacillare soltanto perchè qualcuno mi ha messo i bastoni tra le ruote. Ma poi ti rialzi, lo fai sempre. Perchè la sopravvivvenza è più forte. Negli anni hai messo da parte un po' il fuoco che hai dentro, Lola, hai cercato di ridimensionare l'orgoglio, di dire sempre "ti voglio bene" a chi ne volevi davvero. A volte capita che le persone ti feriscano, ma alla fine te lo aspetti sempre. Alle donnine piace spettegolare, giudicare il sesso degli altri senza cognizione di causa, fare dispetti stupidi e provare invidia per una graduatoria andata "diversamente". Ma quando è tua madre, a traditri, cosa succede? Quando è tua madre a metterti in cattiva luce davanti al resto della famiglia, senza darti modo di poterti difendere, cosa ti resta, Lola? Si dice la mamma è sempre la mamma, ma alla fine aprire le gambe per partorire non fa di una donna una madre. Non sono qui per giudicare, ma per nascondermi un po'. Mi sono messa in bel casino in famiglia, eppure non ne sono la responsabile. Non posso oppormi a mio padre, ho seguito i consigli di mia madre, e alla fine mi ha presa in giro. Facendosi prendere da un momento di debolezza, mi ha messo in una posizione scomoda, facendomi passare per una bugiarda meschina, un domino che crolla veloce. E' vero, alla fine mentire non porta mai lontano, ma a differenza di mia madre, io, quando ho dovuto, le bugie ho saputo gestirle, e raramente ci sono cascata dentro. Lei no, e mi ha tirata giù con lei. Mi resta l'amore, l'unica cosa sulla quale non avrei mai scommesso un euro. E una famiglia di merda, come sempre. Ma quella non la si sceglie.